Rovato

La zona di più antico insediamento è il Monte Orfano, dove nel 1956 furono rinvenuti frammenti di ceramica con tre segni graffiti. Secondo la tradizione, qui (forse nel luogo della chiesetta di San Michele) era un tempio al dio Sole, culto diffuso tra i legionari dalla fine del sec. III d.C. Reperti romani sono emersi nell'800 lungo l'antica strada Brescia-Milano, soprattutto presso la chiesa di San Rocco. Era forse qui la stazione di cambio romana di "Tetellum" della carta burdigalense (sec.IV d.C.; vedi anche Erbusco e Ospitaletto), e lungo la via vi sarebbero stati dei torrioni, a uno dei quali apparterrebbe il basamento visibile sotto il coro della chiesa di San Donato, su un promontorio a nord-est del paese odierno. Secondo lo storico ottocentesco Carlo Cocchetti, la chiesa di Santo Stefano risalirebbe ai tempi dei longobardi. Nel 1265, acclamato dai guelfi, il conte di Fiandra Roberto de Béthune (facente parte della spedizione italiana di Carlo d'Angiò) occupò il castello. La campana del vespro del 9 novembre fu il segnale dell'insurrezione antifrancese dei rovatesi, che misero in fuga gli stranieri. L'insofferenza dei rovatesi verso qualsiasi giogo si confermò nel 1312 nei confronti delle truppe di Enrico VII. Nel 1326, dopo un assedio, Azzone Visconti riusc´ a impossessarsi di Rovato solo col tradimento. Dopo le contese tra Milano e Venezia, Rovato solo con ritardo, nel marzo 1428, acconsent´ a giurare fedeltà alla Serenissima. Nel 1438, al passaggio dell'Oglio da parte delle truppe viscontee di Niccolò Piccinino, Venezia affidò la difesa del contado a Leonardo Martinengo da Barco con mille valtrumplini che, dopo scaramucce, si chiusero nel castello di Rovato (13-30 agosto) ad opporre infruttuosa resistenza all'assedio. Riconquistato nel 1440 da Venezia, dopo altre occupazioni milanesi (il 7 novembre 1453 il vincitore Francesco Sforza riconobbe il valore dei difensori, scrivendo di proprio pugno "virtute" sulla porta nord del castello), solo con la pace di Lodi del 9 aprile 1454 Rovato tornò definitivamente a Venezia. La Dominante riconobbe l'importanza strategica del luogo e nel 1470 concesse sgravi fiscali per agevolare le opere di fortificazione. Cocchetti afferma che nell'archivio comunale di Rovato rinvenne memorie del '400 che facevano riferimento agli antenati del pittore Alessandro Bonvicino, meglio conosciuto come il Moretto. La cittadinanza fu chiamata a versare contributi per le guerre che Venezia condusse nella seconda metà del secolo, in particolare contro i Turchi che, conquistata nel 1453 Costantinopoli, minacciavano i domini della Serenissima nel Mediterraneo orientale. Sempre nel '400 nacque il "Consorzio", istituto di carità che funzionò fino al 1811, quando i suoi beni confluirono nell'ospedale. Dopo che l'impari lotta di Venezia contro tutti, messile contro da papa Giulio II nella lega di Cambrai, si risolse nella dura sconfitta subita dalla Serenissima il 14 maggio 1509 ad Agnadello dove alcuni capitani bresciani tradirono - il 19 maggio Rovato apr´ il proprio castello ai francesi, incapaci però di accattivarsi la simpatia della popolazione. Un notabile rovatese, Lorenzo Gigli, organizzò l'insurrezione, scoppiata il 7 agosto nonostante il giorno prima la guarnigione occupante fosse stata rinforzata di un corpo di cavalleria. Il 9 i francesi dovettero abbandonare ignominiosamente il campo. Ma nessuno segu´ il coraggioso esempio di Rovato, che rimase libera e isolata. Il Gigli e altri furono presi e le loro teste caddero nel settembre successivo in piazza della Loggia a Brescia. Nel febbraio 1512 Rovato, non persasi d'animo, partecipò alla sollevazione antifrancese che nel capoluogo si concluse col tristemente famoso "sacco di Brescia" ad opera di Gaston de Foix. Per scontare la fallita ribellione, Rovato dovette sborsare una multa ingentissima (quasi 10 mila ducati d'oro), oltre a partecipare alla multa di 96 mila ducati imposta alla provincia. Quando riprese il potere, Venezia non manifestò particolare gratitudine a Rovato. Anzi: il 3 maggio 1519 autorizzò il mercato del bestiame a Chiari, in concorrenza con quello rovatese, che vantava una tradizione medievale. Nel '500 nacque l'Accademia medica degli "Eccitati", per iniziativa del medico di Rovato Felice Bettera (autore di un "Trattato sulla peste"), che mise a disposizione, come sede, la propria abitazione. Vi si mettevano in comune le singole esperienze di casi incontrati nell'esercizio della professione. Nel 1610, secondo il Lezze, gli abitanti di Rovato erano seimila, di cui 1.200 attivi. Nel 1685 La Repubblica concesse l'erezione di un archivio notarile. Personaggio di rilievo fu, in quel secolo, Leonardo Cozzando (1620-1702), professore di filosofia a Verona e Vicenza, che scrisse un volume sulla filosofia greca e una "Libreria bresciana", stesa nel convento dell'Annunciata, dove trascorse i suoi ultimi anni. Durante la guerra di successione spagnola (primi del '700) Venezia, neutrale, concesse però agli eserciti stranieri di attraversare il suo territorio. Il principe Eugenio di Savoia, che comandava gli imperiali (e batté i francesi presso Chiari) sostò a Rovato e, salito al Monte Orfano, lo defin´ "il più bel punto di vista che abbia l'Italia". Significativa fu nell'800 la presenza a Rovato dell'architetto Rodolfo Vantini, amico del prevosto Carlo Angeloni. Si batté con successo perché la ferrovia Chiari-Brescia passasse per il paese (e non, come da un primo progetto, per Travagliato), disegnò il portico della piazza centrale ed esegu´ altri lavori nella zona. Durante il Risorgimento, Rovato partecipò all'insurrezione antiaustriaca di Brescia del marzo 1848 (raccolse e curò i feriti); l'anno dopo le truppe austriache, dirette a Brescia per reprimere le famose Dieci giornate, passarono da Rovato. Nell'aprile 1862 fu Garibaldi in persona a inaugurare la Società del tiro a segno. Iniziarono anni di sviluppo e progresso: nel 1877 fu inaugurata la ferrovia per Coccaglio e nel 1897 la tramvia Chiari-Rovato-Iseo. Va ricordato lo storico rovatese (già qui citato) Carlo Cocchetti (1817-88), insegnante, considerato il fondatore dell'istituto magistrale "Gambara" di Brescia, autore di "Brescia e la sua Provincia", comparsa nel 1858 nella "Grande illustrazione del Lombardo-Veneto" curata dal suo amico Cesare Cantù.




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