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IL VANGELO DI CALLISTO
IL PENSIERO DEL DÌ DI FESTA

5. Domenica di Pasqua- 18 Maggio 2003
Giovanni 13, 18-24

Lui la vite, noi i tralci!

Ci sono alcune pagine del vangelo che dovrebbero essere commentate da chi se ne intende di vite e di vignaioli. Per esempio quella che verrà letta domani nelle nostre chiese dove Gesù dice:

Io sono la vera vite,
e il Padre mio il vignaiolo,
ogni tralcio che in me
non porta frutto
lo toglie,
e ogni tralcio che porta frutto lo pota
perché porti più frutto ancora
''.

Il tema della vite è un tema biblico.
Già nell'Antico Testamento Israele era stato paragonato a una vite piantata in Egitto, ma che Javè l'aveva strappata da quella terra di schiavitù per ripiantarla nella Terra Promessa dove sarebbe cresciuta in modo molto fruttifero.
Però la vite ha bisogno di cure, di potatura; se la si trascura è possibile che diventi una pianta malata che porterà dei frutti grami.
Ecco perché, lungo i secoli, la vigna di Israele è stata curata, potata, zappata dai vari vignaioli, i profeti.
Ma questa vite, invece di essere riconoscente a chi attraverso i vari tagli - le procurava dolore ma solo per ricavarne un frutto maggiore, si ribellò verso i suoi coltivatori.

Il vangelo registra una parabola su Israele quale vite: Gesù infatti racconta - con cruda sincerità - che questa vite fu affidata a dei vignaioli, i quali però non la curano molto, si preoccupano piuttosto di chi viene ad esigere quel quantitativo d'uva che al padrone spettava; costoro vengono malmenati e caricati di sacchi d'ingiurie piuttosto che di brente di uva.

Finalmente il padrone decide di mandare il suo Figlio Unigenito a riscuotere la parte che gli è dovuta, ma l'erede suscita nei cuori perfidi dei vignaioli una risposta ancora più aggressiva; verrà malmenato, anzi ucciso, perché quei disgraziati vogliono per sè tutto il prodotto della vite.
E' chiaro che Gesù, parlando di questo Figlio mandalo, perseguitato ed ucciso, parla dalla Sua stessa persona, mentre i vignaioli cattivi rappresentano i capi del suo popolo.

Il Maestro dunque - nel vangelo - si paragona, e alla vite, e al Figlio del Padrone della vite; quando si paragona alla vite domanda che noi, suoi fedeli, rimaniamo uniti a lui come i tralci, perché soltanto il tralcio attaccato alla vite gode della linfa e può portare frutto. Quando si paragona al Figlio del Padrone vuole che noi lavoriamo con lui nella vigna del Padre, per essere dei buoni vignaioli che formano un'unica cooperativa agricola; soltanto così la vite avrà le cure necessarie e a tempo opportuno porterà grappoli succosi.

E' un vangelo dunque - quello della vite - che parla di unità, di compenetrazione tra la pianta e il tralcio, tra il padrone e i servi.
Ecco perché finisce con queste parole:

''Se rimanete in me,
e le mie parole rimangono in voi,
chiedete quello che volete
e vi sarà dato.

In questo è glorificato il Padre mio,
che portiate molto frutto
e diventiate miei discepoli
''.

Questa conclusione ci invita a riflettere su alcune cose: l'esigenza che Gesù ci manifesta di rimanere in Lui, non solo come persone, ma come realizzatori delle Sue parole. Se noi rimaniamo in Lui, cioè uniti a Lui e le sue parole rimangono dentro di noi, allora si che potremmo chiedere quello che vogliamo e tutto ci sarà dato.
Infatti rimanendo in Lui, le nostre richieste non saranno richieste bizzarre, interessate, egoiste, ma richieste dettate da quelle Sue parole che - essendo dentro di noi - ci suggeriscono cosa richiedere; amore, unità, tolleranza, comprensione, pace e giustizia, perché la nostra voce sarà ricca di quelle espressioni che Lui stesso ha seminato dentro il nostro cuore.
E facendo queste richieste, e lavorando perché queste richieste vengano realizzate, (perché se è vero che Lui ci donerà tutto, è altrettanto vero che la prima cosa che ci donerà sarà la forza per essere noi costruttori delle nostre stesse domande) noi glorificheremo il Padre, portando molto frutto e diventando quotidianamente suoi discepoli, cioè tralci sempre uniti alla sua vite, servi sempre disposti a lavorare nella sua vigna.

Purtroppo questo vangelo della vite e dei tralci e rispettiva unione è sempre stato letto applicandolo soltanto ai cristiani praticanti e fedeli. lo vorrei allargare lo sguardo, non solo perché questo "Pensiero del dì di festa", com'è risaputo, lo dedico soprattutto a coloro che frequentano poco o non frequentano del tutto la Chiesa, ma perché io credo che ci sono tanti modi per essere uniti a Cristo: alcuni meno perfetti, alcuni più perfetti.

Ma in un modo tutti possiamo perseguire questa unione, ed è quello di accogliere dentro di noi la parola di Cristo, il suo messaggio, che tutti gli uomini intelligenti e di buona volontà riconoscono essere interessante e responsabilizzante.
Questo messaggio, accettato e realizzato, ci aiuterà a portare frutti di bene.


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