Le Montagne

Dopo aver descritto la natura delle rocce del Sebino, attraverso le quali si è potuta ricostruire la storia geologica del territorio, vediamo in quale modo il paesaggio ha assunto col tempo la forma attuale.

Ci interessiamo di quei fenomeni che nell'Era Cenozoica hanno piegato e talora fatturato, gli antichi sedimenti marini diventati, nel corso di milioni di anni, dure rocce. Come un manto arricciato da pieghe piccole e grandi, il settore sebino delle Alpi Meridionali si offre alla nostra osservazione con una sequenza capricciosa di pieghe dove i pacchi di strati appaiono alternativamente piegati verso l'alto (pieghe anticlinali) e verso il basso (pieghe sinclinali) per perdersi nella pianura.
Talvolta le pieghe sono di modesta entità, con un raggio di curvatura di alcuni metri o decine di metri, come presso le pareti che incombono sulla strada litoranea tra Riva di Solto e Tavernola; altrove le pieghe sono colossali e per poterle osservare occorre recarsi sulla sponda opposta del lago. Si può così ammirare, sul versante lacustre del M.Creò, il profilo della piega anticlinale di Parzanica o, ancor più chiaramente da Monte Isola, la maestosa piega sinclinale di Tavernola che, col suo fianco meridionale, costituisce l'ossatura stratigrafica del Corno di Predore.
L'accentuazione degli sforzi tettonici che hanno generato le pieghe hanno talvolta determinato accavallamenti di giganteschi pacchi di strati. Questa è la dinamica dei "sovrascorrimenti" che hanno gli esempi più eloquenti nelle masse sovrascorse del M.Bronzone e nei Vasti di Predore. Sul territorio, il Miocene segna la fase più esasperata dell'orogenesi che ha determinato l'assetto dei rilievi del Sebino, definendo le sue montagne e le sue valli più importanti.
Rinvigorita dall'elevazione dei giovani rilievi, l'erosione lavora con accanimento, rimovendo ed asportando grandi quantità di rocce. E' in quest'epoca che viene a stabilirsi definitivamente il dominio prealpino a sud della Valtellina, il cui andamento segue fedelmente la direzione della linea "Insubrica"una frattura che si estende lungo l'arco alpino, con uno sviluppo di centinaia di chilometri tra il Lago Maggiore e Dobbiaco.
Nel Pliocene, 5-6 milioni di anni or sono, il livello del Mediterraneo si abbassa di 2-3 km, a causa dell'interruzione dei suoi collegamenti colle acque dell'Atlantico. In conseguenza di ciò, anche l'Oglio, tra i grandi fiumi alpini, accresce il suo vigore erosivo, approfondendo il suo letto. La successiva avanzata marina, conseguente al ristabilirsi del collegamento oceanico, trasforma il territorio del Sebino in un profondo "fiordo" invaso da acque profonde. L'Oglio, col continuo apporto di detriti, inizia allora a colmare il profondo solco vallivo con centinaia di metri di sedimenti alluvionali.

È di rilevo il fatto che l'escavazione glaciale, un tempo erroneamente ritenuta unica responsabile della formazione del nostro lago e degli altri grandi laghi prealpini, non è mai riuscita a raggiungere profondità tali da intaccare le rocce di fondo dell'antica valle miocenica camuno-sebina.
Un'impronta tuttora visibilissima sulle forme del territorio, è stata lasciata dagli eventi glaciali quaternari. Presente ancora diecimila anni orsono, l'ultima lingua glaciale camuna ha prodotto, come tutte quelle che l'hanno preceduta, l'abrasione delle rocce, il trasporto e la sedimentazione di depositi grossolani e di massi erratici. Tutto questo è ben documentato e facilmente visibile su quasi tutte le pendici del Sebino, un tempo invase da una colossale lingua glaciale di provenienza camuna.
Quando la nebbia stagna sul lago, è possibile avere l'idea dell'aspetto che questa enorme massa di ghiaccio in movimento sul Sebino doveva avere millenni orsono. La lingua glaciale non solo ha scavato il fondo della conca sebina sul quale scorreva, ma ne ha "piallato" i fianchi rocciosi, col risultato che le valli laterali sono rimaste "sospese" e ancora oggi sono costrette a tributare le proprie acque al lago attraverso cascate. Questo noto fenomeno geomorfologico è visibile a Marone, nella valle dei Foppi a Parzanica, a Tavernola e a Predore, dove il torrente Rino crea nel cuore del paese una serie di suggestive cascatelle.
Responsabili di immani scavi e abrasioni, i ghiacci depositavano sulle pendici meno impervie del bacino lacustre enormi quantità di detriti. Il versante bresciano del Sebino, tra Sale Marasino ed Iseo, è cosparso di tali depositi conformati in balze; attraverso esse si possono "leggere" successive fasi di espansione glaciale. Dove il progressivo scioglimento metteva fine alla corsa del ghiacciaio, si accumulava continuamente e caoticamente del detrito glaciale che si disponeva in cordoni morenici allungati. Questi, in alcuni casi, come nelle principali valli sebine, sbarravano il flusso delle acque e originavano talvolta effimeri specchi d'acqua, che in breve venivano colmati da argille e poi da detriti alluvionali. Nella valle del T. Bagnadore, a Cislano, l'erosione ed il ruscellamento dei depositi glaciali hanno creato le suggestive "piramidi" di terra sormontate e, in qualche modo, protette da grossi trovanti di roccia, strappati dai ghiacci alle montagne camune e trasportati per chilometri lungo la valle fino alle pendici del Sebino.

Altri esempi evidenti di questi fenomeni sono osservabili a Predore, dove il poggio di Cimacarda sbarra la valle del T.Rino, e sulla sella di Solto Collina, dove il tracimamento di ghiacci verso la Val Cavallina ha deposto numerosi cordoni morenici allungati.
Tuttavia, è nella zona meridionale e più bassa del lago, in prossimità della pianura, che l'impronta glaciale ha lasciato i segni più significativi. La Franciacorta è da questo punto di vista emblematica perché i ghiacci camuni sul luogo del loro definitivo scioglimento presso la "fronte", hanno deposto grandi quantità di detriti, distribuendoli in archi morenici collinari di diversa altezza ed età.
Lo studio di queste morene conferma che sul lago si sono avute successive espansioni glaciali. La più poderosa è quella che ha costruito l'arco morenico più ampio, esterno a tutti gli altri, con uno sviluppo di ben 25 km; ma è ad una glaciazione successiva che va attribuito l'arco collinare più elevato e continuo. Un tempo si attribuiva all'espansione glaciale "rissiana" questa cerchia morenica detta "principale" per altezza e sezione assai maggiori rispetto alle altre cerchie esterne od interne.
Con il ritiro dei ghiacci dell'ultima fase di irrigidimento climatico, in prossimità del lago, presso Provaglio, si sono formate estese paludi brulicanti di vita biologica certamente, in base alle testimonianze archeologiche, ancora presenti in età preistorica. Lo sfruttamento della torba ha in qualche modo ricreato quell'ambiente umido che ora è conosciuto come "Torbiere del Sebino" e che, come tale, è protetto.
Oggi, resti di questi ambienti si riconoscono sul territorio bergamasco e nella conca di Cellatica-Tolari, a Credano, a Gandosso e a Foresto Sparso,.
Le piane dei territori compresi nei comuni di Sarnico, Villongo e Credaro nascondono numerose di queste morfologie glacio-lacustri e fluvio-glaciali costituite da depositi ghiaiosi e sabbiosi che le turbolente acque di scioglimento del ghiaccio hanno disteso davanti alla fronte glaciale colmando ogni depressione.
Non si può, da ultimo, tralasciare la citazione di una testimonianza glaciale presente sulla sponda bergamasca del lago: il "pozzo glaciale", sulla strada litoranea tra Tavernola e Predore. Secondo alcuni studiosi, la sua origine è dovuta ad una poderosa cascata d'acqua di fusione glaciale che, precipitando in un crepaccio, avrebbe trapanato nella roccia un foro obliquo profondo una decina di metri; il pozzo mostra sulle pareti le tracce evidenti dei mulinelli idrici; non tutti gli studiosi però accettano questa interpretazione; alcuni sono più propensi a ricercarne la causa tra i fenomeni che sono all'origine delle grotte.
Questa considerazione introduce in un'altra serie di fenomeni che hanno agito e continuano ad agire sulla forma dei nostri rilievi. Si tratta dell'azione carsica che, in maniera lenta e discreta, ma efficace, a giudicare dalla portata degli effetti, si è sovrapposta all'azione glaciale. La natura prevalente carbonatica delle nostre montagne ha esposto le sue rocce all'aggressione chimica delle acque meteoriche.
Doline, inghiottitoi e sprofondamenti sono l'espressione di questi fenomeni che, pur manifestandosi in maniera visibile sulle pendici delle nostre montagne, continuano ad agire anche in profondità con la creazione e l'ampliamento delle numerose grotte presenti su entrambe le sponde del lago. In maniera diffusa e non meno interessante che nelle grandi forme carsiche, l'acqua ha lavorato di cesello anche sulla superficie delle rocce, creando un fantasioso campionario di forme erosive che hanno determinato scanalature, taglienti crestine rocciose, fori e tazzette.
A Predore, sul Corno Buco, ma anche in numerose altre località del Sebino dove la roccia carbonatica affiorante è attaccata dalla corrosione chimica delle acque piovane, sono facilmente osservabili questi semplici ma interessanti fenomeni naturali.

In conclusione di questo veloce "excursus" sulla geologia del Sebino, facciamo osservare che l'interesse scientifico per la geologia non deve farci dimenticare che la pietra non solo caratterizza il paesaggio ma ha segnato la storia e l'economia del nostro territorio.
L'uso della pietra incide profondamente sui colori e sulle architetture dei centri urbani, conferendo loro un volto caratteristico ed una vivibilità molto apprezzata da chi si lascia sedurre dal discreto fascino dei nostri borghi. Non è secondario ricordare che le arenarie delle storiche cave di Sarnico sono servite per costruire, già a partire dal '400, i portali e le gradinate dei più prestigiosi palazzi del territorio sebino ed i principali edifici monumentali di Bergamo Alta; che le ruote da macina di Gandosso, le "molere", cavate nel conglomerato di Sirone, erano esportate in centri della pianura anche lontanissimi; che la pietra di Credaro ancora oggi è ampiamente utilizzata per costruire murature e che a Tavernola la produzione di cemento non conosce soste.


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